1830

Dissertazione della tesi

(…) Siccome avevo fama di filosofo, così, avendo saputo che vi era vacante e doveva conferirsi un posto nel collegio di Filosofia, lo dimandai. Ebbi due competitori, ed io ebbi appena l'inclusiva. L'esperimento pubblico consisteva nel leggere una dissertazione, segnando il tempo di alcuni giorni, ad arbitrio del Magistrato sopra gli Studi, su tutti i punti di Filosofia. Ricordo che ad uno fu dato il punto: Che lingua parlavano gli animali? Mi dirà qualcheduno: cosa c'entra questo tema nella filosofia? Molto, io rispondo: vi era il trattato de Vocibus. A me toccò un punto più alto, altissimo, inarrivabile, innumerabile: De stellis fixis. Numera stellas si potes. [Le stelle fisse. Enumera le stelle se ne sei capace]. Tanto meglio per me che poteva spaziarmi in un campo infinito, immensurabile, incomprensibile, che in ultima analisi non avrei capito né io, né i collegiali, né gli uditori. Dall'anno che era in Fisica, ricordandomi che il professore assistente agli "impiccandi", spiegando lo Zodiaco, ci aveva fatto imparare a memoria quei due versi che ricordano le dodici costellazioni comprese in esso: «Suat Aries, Taurus, Gemini, Cancer, Leo, Virgo, Libraque, Scorpius, Arcitenens, Caper, Amphora, Pisces [Si unisca Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, e ancora Bilancia, Scorpione, Sagittario, Capricorno, Acquario, Pesci]»; questo mi fece balenar l'idea in testa di stendere la mia dissertazione in versi, nei quali mi aveva acquistato un nome, e molti pure l'aspettavano, terminando per non capirne nessuno. Oh tempora!
Mi procurai dunque alcuni libri di Museo che trattassero di questa celeste scienza, tra i quali quello intitolato De sacro bosco, di cui non ricordo il nome dell’autore, ed in meno di 15 giorni, misurando colle dita, scaraventai più di mezzo migliaio di versi endecasillabi. Tuttora conservo questo erculeo lavoro; e volete sentire come principiai? Eccolo:
Alma dies venit tandem exoptata refulsit
qua mihi vestra, patres, fas munera pendere digna.

[Venne finalmente pieno di splendore il bel giorno tanto desiderato nel quale mi è possibile, o padri, offrire doni degni (di voi)].
E così via scendeva all'invocazione coi seguenti versi sciancati:
Et tu, Sol tegee, qui grato munere tanto
inspiras animo vates, aperisque futura,
qui citharan nervis, qui nervis dirigis arcum
.
[E tu, Sole d'Arcadia, che come dono tanto gradito ispiri la mente dei poeti e riveli loro le cose a venire, e regoli le corde della cetra e quelle dell'arco ...].
Dopo aver descritto le stelle (Innumerevoli dal colore tremulo e scintillante), fatta la divisione di esse, enumerate tutte le costellazioni, senza aver visto mai un planisfero, e senza conoscerne una! Ursa minor, major, Coluber, Cepheuseque, Bootes, ecc. (Orsa minore, maggiore, il Serpente, e Cefeo e Boote) descritta la Via Lattea (Sentiero di latte detto anche comunemente Galassia), e così, per dirla in breve, terminava con un bel riflesso:
ldcirco nobis faciem regnator Olympi
contulit erectam, ut semper sunt lumina nostra
in caelum fixa, ut dicit praeceptor amoris.
Os homini sublime dedit, caelumque tueri
iussit et erectos ad sydera tollere vultus.

[Per questo il re dell'Olimpo ci diede una figura eretta, in modo che i nostri occhi siano sempre fissi al cielo, come prescrive il maestro d'amore. Egli fece dono all'uomo del viso rivolto verso l'alto e comandò di contemplare il cielo e di tenere i volti fissi alle stelle. E questi ultimi due versi sono sicuramente i migliori di tutta la mia dissertazione, la quale mai avrei sognato, dopo 45 anni, di esser ricordata in un giornale omogeneo: "La Stella"!
Ultimata la lettura, il prefetto della Facoltà mi indossò l'insegna, una mozzetta verde, mi pose in testa il berretto a quattro punte, poi il ringraziamento, ben inteso in versi da disgradarne qualunque. Eccomi dunque dichiarato Artium liberalium Doctor [Dottore in Arti liberali], mentre prima era solamente Magister; ma non esercitai mai l’arte perché pochi mesi dopo me ne andai a Roma, abbandonando arti, Febo e restituendo Urania e le costellazioni alloro posto in cielo. Conchiudo con un aneddoto. Giorni prima di far l'atto mi aveva comprato un cappello nuovo per comparir pulito in mezzo al rispettabile Collegio. Terminato l'atto andai a cercare il mio cappello ... era sparito, se n'era andato a prender posto in mezzo alle costellazioni. Ricordo quel filosofo che dal troppo contemplar le stelle non vedeva il gran fosso che aveva davanti. e vi precipitò dentro!
(Da Iniziazione ai miei Studi, 3.4)