Alberto Ferrero Della Marmora
Alberto Ferrero Della Marmora, secondogenito di tredici figli, nacque a Torino il 6 aprile 1789, da Celestino, marchese di Della Marmora, e Raffaella Argentero di Bersezio. Studiò principalmente col padre che dopo aver abbandonato la carriera militare si dedicò all’educazione dei figli. Nel 1806 entrò nella Scuola militare di Fontainebleau, da cui uscì, nell'aprile 1807, col grado di sottotenente di fanteria. Iniziò la carriera militare nell'esercito francese, prendendo parte a numerose campagne.
Nel febbraio 1819 compì il suo primo viaggio di studio in Sardegna per effettuare indagini naturalistiche, principalmente ornitologiche. Il viaggio fu occasione per raccogliere materiali e descrivere l'isola in tutte le sue parti. Nel 1821, in seguito ai moti piemontesi, venne dispensato dal servizio militare e confinato in Sardegna, perché sospettato di connivenza coi rivoltosi. Il confino divenne occasione per perlustrare l’isola in lungo ed in largo.
Tra il 1835 ed il 1836 entrò in contatto con Giovanni Spano che scrive: In questo frattempo ebbi la fortuna di conoscere personalmente il generale, poi conte, Alberto Della Marmora, che trovavasi in Cagliari iniziando gli studi trigonometrici della Sardegna, col cavalier generale Carlo Decandia; col quale conte poi dovevamo stringere tanta amicizia per la comunanza degli studi, che in appresso mi daranno occasione di parlare con frequenza di lui per continuare l'iniziazione di questi miei studi. Per ora mi basti dire che egli aveva messo in me tanta fiducia che non pubblicava mai nessun monumento sardo senza che prima non mi facesse vedere quelli che intendeva disegnare e pubblicare. Con questo uomo straordinariamente laborioso, miracolo della Sardegna, per la quale lavorò indefessamente quaranta anni, il cui nome coll'incalzare dei secoli sarà considerato come un mito dai venturi sardi, fummo sempre amici ed in corrispondenza tutto il tempo di sua vita. (...) Ma siccome era di una tempra forte, difficilmente si lasciava vincere nelle sue opinioni, come era quella sopra i nuraghi; ché, per aver trovato nell'ingresso del nuraghe Iselle una sepoltura antica col cadavere e stromenti di bronzi antichi, conchiuse che quelle moli erano trofei di guerrieri, mentre lo scheletro e le armi non furono trovati dentro la camera, quindi erano assolutamente memorie posteriori. Pure quel trattato dei nuraghi forma nella sua grand'opera la più bella gemma della storia antica della Sardegna, se se ne eccettua lo scopo e l'uso, per la parte monumentale ed artistica, per i disegni e per le figure cosÌ esatte. Ma in ultimo, quando vide la mia dissertazione sui nuraghi, se ne convinse, come mi manifestò con lettera. Lo stesso potrei dire dei bronzi figurati del Regio Museo, sui quali aveva tanto studiato la mitologia e la religione degli antichi, che poteva dirsi di aver formato un nuovo trattato del culto che prestavano i sardi alle loro antiche divinità; mentre io gli insinuava che non si fidasse tanto sulle relazioni; finalmente, dopo ultimata la colossale opera, comprò un centinaio di questi idoletti e si convinse che il mio sospetto non era senza ragione. Era però troppo tardi! Nei bronzi figurati sardi, io gli ripeteva, «ci vuole la fede di battesimo!». Io non acquistai mai nessuno di questi idoletti, inventati per fenici, né se ne trovano nella mia collezione del Regio Museo (Iniziazione ai miei Studi 4.2).
Dopo una serie di promozioni e trasferimenti, nel 1849 divenne luogotenente generale e nominato comandante generale della Sardegna, ove fu mandato in veste di commissario straordinario con pieni poteri per sedare una rivolta di pastori che avevano attaccato la proprietà agricola e gli "stabili", ossia le ex terre comuni.
Tra il 1851 ed il 1857 compì numerosi viaggi in Sardegna per terminare i suoi studi.