1848

Gli ultimi mesi del 1847, come ho detto, erano forieri di avvenimenti politici che dovevano accadere nel successivo 1848, anno memorando per l'Italia e per la Sardegna. Specialmente erano presi di mira i Gesuiti, i quali venivano insultati anche per istrada col nome di "cappelloni"; si affiggevano cartelli alle loro case («casa da affittare») e si facevano circolare scritti satirici e incendiari; ma i Gesuiti non si davano per intesi e fecero i sordi, finché scoppiò la tempesta sopra il loro capo.

Fin dagli ultimi del mese di novembre era partita una deputazione da Cagliari a Genova (dove si trovava il re Carlo Alberto), della quale era a capo l'arcivescovo Marongiu, il decano Deroma, il marchese di Laconi e vari altri personaggi, per domandar le riforme promesse dal re; essi ritornarono assicurando che la Sardegna ben tosto parteciperebbe ai benefizi. Continuavano intanto gli attruppamenti e le grida di gioia con dimostrazioni: «Viva Pio IX! Viva Gioberti!»; e si facevano mascherate allusive, segnatamente ai Gesuiti. 

La gioia aveva fatto dimenticare la fame!

Nel dì 14 febbraio, di buon mattino, arrivò il vapore Authion che ci recava il benefizio delle leggi fondamentali. Nella stessa mattina verso le IO uscirono gli studenti che insieme al popolo gridavano: «Viva la Costituzione!». Tutta la città era in movimento e gli studenti si recarono al Duomo, e vi presero l'arcivescovo per cantare il Te Deum. Nel 15 dello stesso mese si cantò in forma solenne lo stesso Te Deum coll'intervento delle autorità, ed il popolo agitando le bandiere gridava per la città: «Viva la Costituzione e morte ai Gesuiti!». E nella sera infatti appiccarono il fuoco al portone del Collegio dei Gesuiti in Santa Teresa, si accesero razzi e si scagliarono pietre.

Nel 16, dietro concerti presi dal viceré Delaunay coll'intervento dell'arcivescovo e del Municipio, si deliberò che i Gesuiti sloggiassero dalle rispettive case; ed essi si ritirarono infatti presso amici, parenti ed anche a bordo dei bastimenti che erano ancorati nella darsena.

Fuvvi poscia una tempesta di coccarde di ogni genere: tutti se ne ornavano i petti e guai a chi non lo facesse, principiando dagli arcivescovi e dai grandi i quali erano obbligati a porle sul petto per forza. Le sarte e le modiste in quel tempo fecero buoni affari! Ricordo di un prete che, non volendo fregiarsi dei tre colori, fu gettato a terra

e strascinato per le vie fino a che non si lasciò attaccare la coccarda. Anche io attaccai la mia, ma non la comprai: me ne adattai una fatta da me con un pezzo di vecchia stoffa. Si formarono riunioni, circoli, tempi di libertà ed ognuno diceva la sua, facendo proposte di riforme pel clero, pei frati e per ogni ceto di persone. Io però in mezzo a tutti questi movimenti, che allora mi parevano illusioni, pensava sempre al mio vocabolario e credeva di non poterlo più stampare perché tutte le menti erano rivolte a giornaletti e a scrittarelli di circostanza che nacquero come i funghi (Da Iniziazione ai miei Studi, 5.4).